lunedì 15 maggio 2017

Effetto placebo: funziona anche se lo sai!



"È il cosiddetto effetto placebo: secondo un nuovo studio, il beneficio ci può essere anche quando il paziente è consapevole che il "farmaco" è solo uno zuccherino.


Che una pillola, anche se finta, faccia effetto quanto e a volte anche più di una vera è risaputo. Tanto che l’efficacia di un farmaco negli studi clinici viene spesso misurata rispetto a quella del cosiddetto placebo, ossia semplice zucchero. Quello che viene di solito dato per scontato è che per farla funzionare bisogna che chi prende la pasticca fasulla sia convinto che sia vera.

Invece, pare che non sia così. Anche se il paziente è consapevole di assumere solo qualche granello di zucchero o di acqua, può darsi che ne tragga comunque beneficio, e che i suoi sintomi siano alleviati.

SENZA TRUCCO, SENZA INGANNO. Lo dimostra una analisi - una revisione sistematica, come viene chiamata nel gergo degli studi clinici - che ha preso in considerazione le poche ricerche pubblicate sull’effetto placebo in cui, a differenza dei casi classici, al paziente era noto che gli veniva somministrato un trattamento finto.

Curiosità: il volto umano della medicina, ovvero prima e dopo un turno di 24 ore in pronto soccorso. | RAMÓN L. PÉREZ
Anche senza inganno, rispetto al non far niente la pasticca di zucchero ha portato comunque miglioramenti a pazienti che soffrivano di mal di schiena, depressione, rinite allergica, sindrome del colon irritabile e disturbo da deficit di attenzione e iperattività. In uno studio recente, 80 pazienti con una forma grave di sindrome del colon irritabile hanno avuto un miglioramento dei sintomi del 15 per cento (rispetto a chi non ha preso niente) assumendo "senza inganno" un farmaco finto. Una volta smesso il placebo, la situazione è tornata a peggiorare.

IL POTERE DELLA SUGGESTIONE. Si tratta ancora di pochi studi, anche perché queste ricerche, proprio per la forma del problema da indagare, non possono essere condotte con il metodo considerato più attendibile, cioè in doppio cieco, ossia senza che sperimentatori e volontari sappiano chi sta assumendo che cosa. L’efficacia del placebo senza inganno non è però un risultato del tutto sorprendente per la medicina.

Storia: gli anni bui della medicina raccontati dagli "strumenti" del passato, come questo congegno antimasturbazione. | SCIENCE MUSEUM
Innanzitutto, anche se è stato esplicitato che si trattava solo di un placebo, la pillola finta è stata spesso accompagnata in questi studi da parole di incoraggiamento del tipo “non contiene nessun principio attivo, ma a volte abbiamo osservato comunque dei miglioramenti”. E che le aspettative generate dalla suggestione possano indurre davvero cambiamenti fisiologici, come la produzione di endorfine antidolorifiche da parte del sistema nervoso, è un fatto dimostrato.

Un altro meccanismo all’opera potrebbe essere il condizionamento: la maggior parte di noi si aspetta un qualche beneficio quando prende una medicina, come i cani studiati dal famoso fisiologo russo Ivan Pavlov che, abituati a ricevere il cibo dopo il suono di un campanello, poi iniziavano a salivare anche solo in risposta al suono. Può darsi che il corpo reagisca nello stesso modo, per il semplice fatto di buttare giù una pillola, anche se non contiene niente.

MEDICI CHE INCORAGGIANO. Lo studio non dimostra certo che si possa fare a meno dei farmaci. Come scrive in un articolo di commento l’autore, Jeremy Howick, un ricercatore dell’università di Oxford, dà però indicazioni su come sfruttare l’effetto placebo anche senza spacciare per vere pasticche finte. Per il ricercatore, «i medici che danno messaggi positivi e si prendono il tempo per comunicare in modo empatico con i loro pazienti possono produrre effetti benefici, che prescrivano un farmaco oppure no»."



(articolo tratto interamente da Focus.it)

lunedì 8 maggio 2017

Dire parolacce rende più forti: ora abbiamo le prove!


"Snocciolare parolacce durante compiti fisicamente impegnativi migliora le prestazioni, perché aumenta la forza fisica. Ne avevamo il sospetto, ora i dati lo confermano.

Non sarà la scoperta dell'ultima ora, ma finalmente possiamo esclamarlo dati alla mano: dire parolacce nei momenti di grande fatica ci rende fisicamente più forti.

Lo confermano alcuni esperimenti di uno scienziato britannico amante del turpiloquio (in termini di ricerca scientifica). Richard Stephens, psicologo dell'Università di Keele (Regno Unito) aveva già dimostrato come le imprecazioni migliorino la sopportazione del dolore.

LAVORI DI FATICA. Questa volta Stephens ha chiesto a una serie di persone di dire parolacce o pronunciare una parola "neutra" mentre pedalavano brevemente su una cyclette o afferravano un oggetto con la mano. Per la pedalata di 30 secondi sono stati ingaggiati 29 volontari dell'età media di 21 anni, mentre per l'handgrip test - un semplice compito di presa con la mano e di stretta di 10 secondi - sono stati coinvolti 52 diciannovenni.

QUANDO CI VUOLE... A tutti è stato chiesto di ripetere in continuazione o l'imprecazione che avrebbero pronunciato dopo una testata, o una parola usata per descrivere un tavolo (come "marrone"). Durante la pedalata, chi diceva parolacce ha espresso una potenza massima di 24 watt maggiore, in media, rispetto agli altri. Nel compito di presa, il turpiloquio ha garantito un aumento di forza di 2,1 kg circa.

MISTERO. Il perché accada, non è ancora chiaro. Il battito cardiaco dei partecipanti, infatti, non è aumentato pronunciando parolacce - come invece avverrebbe se si scatenasse la reazione di "attacco o fuga", che potrebbe aumentare la forza. La spiegazione non può dunque essere questa.

In attesa che qualcuno la trovi (magari confermando questo studio su un campione di volontari più ampi: 29 persone sono un forte limite di questo studio), possiamo continuare a sfogarci senza sensi di colpa."

(tratto da Focus.it)

mercoledì 3 maggio 2017

VIAGGIARE NEL TEMPO? Si può fare!



"Vagare avanti e indietro nello spazio e nel tempo come nella migliore tradizione fantascientifica? Secondo il fisico della Columbia University Ben Tippett, da un punto di vista matematico è possibile. Il trucco starebbe tutto nell'utilizzare la curvatura spazio-temporale dell'universo per piegare il tempo in un circolo e consentire a dei passeggeri di viaggiare a piacimento.
"La gente ha del viaggio nel tempo un'idea legata ai film sul tema e quindi si tende a credere che non sia possibile" ha spiegato Tippett, che insieme all'astrofico David Tsang dell'università del Maryland ha messo a punto una teoria chiamata TARDIS (Traversable Acausal Retrograde Domain in Space-time). "Ma matematicamente è possibile farlo".
Il punto di partenza della ricerca dei due scienziati è stata la teoria della relatività di Einstein, che li ha portati a elaborare un modello matematico la quale - teoricamente - consente il viaggi nel tempo. Ciò non significa, ovviamente, che Tsang e Tippett siano arrivati all'elaborazione del funzionamento di una vera e propria macchina, dotata di cabina e comodi sedili per godersi la vacanza temporale, ma solamente che - da un punto di vista teorico - sia possibile "piegare" il tempo.
I due scienziati, in particolar modo, contestano la tridimensionalità dell'universo e affermano che anche la quarta dimensione - il tempo, appunto - dovrebbe essere calcolata simultaneamente alle altre. In tal modo tra spazio e tempo ci sarebbe un continuum che permette alle differenti direzioni di spazio e tempo di essere connesse col tessuto curvo dell'universo.
Secondo la teoria di Einstein, gli effetti gravitazionali nel cosmo sarebbero congiunti proprio con la curvatura spaziotemporale, la quale è anche alla base del movimento ellittico dei pianeti e delle stelle: se spazio e tempo fossero piatti e non curvi, i pianeti si muoverebbero su linee dritte.
"Anche la direzione del tempo sulla superficie spaziotemporale mostra una curvatura e questo risulta evidente quando ci avviciniamo a un buco nero, perché il tempo scorre più lentamente lì" spiega Tippett. 
"Il mio modello di macchina del tempo usa tale curvatura per piegare il tempo in un circolo che ci porti indietro". Gli appassionati di scienza possono già iniziare a sognare."
A presto!
Citywin Staff!
(tratto da www.huffingtonpost.it)

mercoledì 26 aprile 2017

Caffè e sigaretta: ecco perché vanno a braccetto!



"I più accaniti fumatori consumano anche più tazzine: una variante genetica potrebbe essere all'origine del legame, e spiegherebbe parte delle difficoltà che incontra chi vuole smettere.

Per molti è l'accoppiata irrinunciabile della pausa dal lavoro: caffè e sigaretta, non necessariamente in quest'ordine. Soltanto una semplice (e dannosa) abitudine? Forse no. La nicotina contenuta nelle sigarette potrebbe influenzare il modo in cui il nostro corpo metabolizza la caffeina e dunque fumare aumenterebbe il desiderio di caffeina
È la conclusione a cui è giunto uno studio condotto su 250 mila fumatori: fumare aumenterebbe il desiderio di caffeina, perché cambia il modo in cui si metabolizza questa sostanza e fa sì che ne occorra di più per sentirsi svegli.

COME È STATO SVOLTO LO STUDIO. Gli studi controllati sugli effetti del fumo sono sempre più difficili da svolgere, perché chiedere a volontari di fumare per il bene della scienza non sempre è eticamente accettabile. Così Marcus Munafò dell'Università di Bristol, UK, ha deciso di ricorrere ai dati su migliaia di fumatori già immagazzinati in archivi sulla salute di Gran Bretagna, Danimarca e Norvegia. In particolare si è interessato alle persone in possesso di una variante genetica nota per essere correlata a un maggiore consumo di sigarette
 
UNA COSA TIRA L'ALTRA. Chi ha ereditato questa variante - rivelano i dati - consuma anche più caffè, ma soltanto quando fuma. Negli inglesi fa aumentare anche il consumo di tè, ma questa è più che altro una differenza culturale.

«Estrapolando si potrebbe dire che se una persona fuma 10 sigarette al giorno più di un'altra, consumerà anche l'equivalente di una tazzina e mezza di caffè in più al giorno» commenta Munafò.

A SENSO UNICO. Andando un po’ più nello specifico il ragionamento si complica, dunque seguitelo con attenzione. La relazione ipotizzata dai ricercator va necessariamente dalla variante genetica alla nicotina, e da questa alla caffeina: l'alterazione codifica infatti per un recettore della nicotina, che non ha relazioni note con la caffeina. Le informazioni che abbiamo non fanno quindi pensare a una relazione di tipo inverso (cioè che sia invece la caffeina a far venire voglia di nicotina). 

NE SERVE ANCORA. Può darsi che la nicotina renda l'organismo dei fumatori più rapido nel metabolizzare la caffeina. E che quindi serva una dose extra di espresso per ottenere lo stesso effetto cercato dai non fumatori. Certo può anche darsi che chi fuma tenda ad abbinare a questo gesto, per abitudine, anche un caffè; o che tra le due cose ci sia qualche funzione poco nota di questa variante genetica.

DOPPIA TRAPPOLA. Il legame sigaretta-caffè potrebbe rendere le cose ancora più difficili a chi decide di smettere di fumare. Se si smette con il fumo ma si continua con la stessa dose di caffè, più difficile da metabolizzare, l'effetto potrebbe essere il nervosismo, attribuito a quel punto - a torto - all'astinenza da nicotina."

giovedì 20 aprile 2017

Le persone creative vedono il mondo diversamente...



"La curiosità e la tendenza ad aprirsi a nuove esperienze sembrano connesse a un'esperienza percettiva diversa da quella comune. Il cervello "vede" possibilità che di solito sfuggono.


Chi è tendenzialmente più aperto a nuove esperienze potrebbe avere una visione del mondo più ricca e articolata della norma. Il cervello di chi vanta questo tratto di personalità sarebbe capace di "far passare" una frazione più ampia di informazioni visive rispetto a quanto avviene di solito, come un cancello che rimanga spalancato più a lungo: è quanto si apprende da un recente studio australiano.

INTELLIGENZA FLUIDA. L'apertura mentale è uno dei tratti verificati nei test di personalità, ed è caratterizzata da curiosità, ampiezza di interessi e creatività, per esempio nel trovare nuove soluzioni a problemi o nuovi utilizzi per gli oggetti di tutti i giorni.

UN VENTAGLIO PIÙ AMPIO. Passati esperimenti hanno dimostrato che le persone mentalmente aperte hanno anche una migliore consapevolezza visiva - intesa come capacità di percepire i dettagli in immagini complesse. Ora, gli scienziati dell'Università di Melbourne hanno provato che il loro cervello "vede" più possibilità, come se in essi, l'asticella della coscienza fosse più alta, e il filtro percettivo meno serrato.

NE BASTA UNA. Un gruppo di 123 studenti ha completato un test di rivalità binoculare, in cui a ciascun occhio viene mostrata un'immagine di diverso colore. In genere, se le immagini sono diverse, il cervello preferisce sceglierne una e sopprimere l'altra, alternando di volta in volta quella su cui concentrarsi.

UN INSOLITO MIX. Ma alcuni volontari hanno sperimentato una forma di percezione mista: hanno visto, cioè, immagini "fuse" di entrambi i colori, rosse e verdi insieme. Questi soggetti sono anche stati quelli che hanno totalizzato punteggi maggiori in apertura mentale nel test di personalità somministrato.

GENIO E SREGOLATEZZA. I risultati potrebbero spiegare perché chi è più aperto e curioso sia spesso anche più creativo. L'abilità nel trovare nuove strade e soluzioni potrebbe essere legata, cioè, anche a un modo diverso di vedere le cose. Allo stesso tempo, si capirebbe perché chi è capace di idee geniali sia sovente più incline a deliri e paranoia - una percezione diversa della realtà potrebbe portare a male interpretare alcuni input, e a sentirsi isolati e non compresi.

ANALOGIE. Per Anna Antinori, a capo dello studio, potrebbero esserci somiglianze tra la percezione di chi ha alti livelli di apertura mentale e quella causata dalla psilocibina, una sostanza con effetti psichedelici contenuta in alcuni funghi allucinogeni. Anche l'esperienza della meditazione, con il tempo, sembrerebbe alzare la soglia delle informazioni visive percepite"

(fonte focus.it)

lunedì 10 aprile 2017

Per un imprenditore, l'azienda è come un figlio!



Letteralmente: lo dimostrano le scansioni cerebrali!

Si dice che le idee siano "partorite" e poi accudite come proprie creature: ora ne abbiamo le prove scientifiche. Secondo uno studio pubblicato sulla rivista Human Brain Mapping, gli imprenditori sperimentano, per il proprio business, un amore simile a quello di un padre per un figlio.

CONFRONTO. I ricercatori della Aalto University di Helsinki hanno misurato intensità di affetto, emozioni positive evocate, vicinanza e fiducia di 21 padri nei confronti dei figli e di 21 imprenditori verso la propria azienda, prima con un questionario e poi sottoponendo i volontari, tutti tra i 25 e i 45 anni, a risonanza magnetica funzionale (fMRI) mentre guardavano foto del proprio pargolo o brand.

OGNI SCARRAFONE... I padri esaminati non erano uomini d'affari, e gli imprenditori non erano businessmen seriali, bensì concentrati sulla crescita di una singola impresa. L'orgoglio, l'amore e la soddisfazione espressi dai padri e dagli imprenditori nei confronti di figli o aziende ha ovviamente surclassato i sentimenti provati per i bambini, o le attività altrui (con gli imprenditori più portati a sopravvalutare la propria "creatura" rispetto ai padri).

giovedì 6 aprile 2017

Occhiali per una visione sovraumana dei colori!


"Un team di scienziati americani ha ideato delle lenti che permettono di vedere anche le minime differenze di tonalità.


A volte ci è impossibile dire se due colori sono differenti: anche se affiancati, ci appaiono identici. Questo fenomeno è noto come metamerismo: una sorta di illusione ottica che induce l'occhio (il cervello) a percepire lo stesso colore in presenza di luce con distribuzione spettrale diversa.

Un team di scienziati della Wisconsin-Madison University, guidati dal fisico Mikhail Kats, ha ideato uno speciale paio d'occhiali che permette di distinguere le tonalità di colore che sarebbero altrimenti impercettibili all'occhio.

L'uomo è dotato di visione tricromatica, basata cioè sulla capacità di percepire il rosso, il verde e il blu. La combinazione di questi tre colori di base ci consente di percepire e distinguere altri colori: è la cosiddetta sintesi additiva dei colori. Ma le capacità visive umane sono limitate e normalmente non siamo in grado di percepire tutte le differenze di colore che pure rientrano nel nostro spettro visivo. Altri animali sono invece dotati di visione tetracromatica, in grado cioè di percepire molte più differenti lunghezze d'onda e di conseguenza più sfumature di colore.

Alcuni scienziati stimano però che anche il 25% della popolazione umana sia tetracromatica. Partendo da questo assunto, Kats si è chiesto se fosse possibile indurre "l'occhio tricromatico" a questo tipo di visione maggiorata. Per costruire gli occhiali speciali, Kats e colleghi hanno allora progettato due diversi filtri, uno per ogni occhio, per potenziare la percezione del colore blu.

I ricercatori hanno testato l'effetto proiettando delle immagini di colori metamerici su pc e tablet. Alle persone che si sono sottoposte al test, i colori sembravano identici: poi venivano fatti indossare gli occhiali, e gli stessi colori diventavano facilmente distinguibili.

Al momento è difficile dire quali potrebbero essere le eventuali applicazioni della ricerca. È possibile che si possa facilmente arrivare al riconoscimento ottico immediato di banconote contraffatte, per esempio, ma anche, in ambito militare, al riconoscimento di camuffamenti e mimetismi."

Per ora è tutto!
Citywin Staff!